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10 febbraio 2009 2 10 /02 /febbraio /2009 10:47

 

 

 

 

Possono gli occhi vagare dove vogliono

Le notizie spolpano il dolore

Femmine e maschi teste vuote

E moti di passione e sdegno

E non sappiamo più dove nasconderci

Lacrime di paura ci solcano il viso

Le migliori di noi lasciano che il rimmel si sciolga

Poi raccolgono i pezzi di un sorriso

Si ricomincia da questo sgomento

Da questo nuovo dolore.

 

(ispirata ad una e-mail

che mi ha inviato Tinti,

di questo e molto altro

le sono debitrice)

 

Maria Attanasio

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maria attanasio
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9 febbraio 2009 1 09 /02 /febbraio /2009 22:26

 

 

 

 

 

Nessuno squarcio all’orizzonte

Eppure ti vedo come sei

Come sei stata

Rivedo gli occhi tuoi

Alla fine

Profondi pozzi di dolore

Dove si specchiava la mia

Impotenza

E quella donna figlia

Che ero stata insieme ai miei fratelli

A prenderti la vita a brandelli

Perché i figli fanno così

Senza vera cattiveria

Ti rubano le ore dei giorni

Anche quando le offri a piene mani.

Il mio orizzonte è la vita che mi resta

Un giorno ancora e poi un altro

In una solitudine che non fa paura

Se ripenso agli occhi tuoi

Mai rassegnati nemmeno quando

Non ti ha presa la morte

Ma sei stata tu a lasciarti andare.

 

(alla mia mamma,donna forte

Che riusciva almeno per me

Ad essere poesia)

 

 

 

Maria Attanasio

 

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maria attanasio
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9 febbraio 2009 1 09 /02 /febbraio /2009 16:54

Tre stanze in affitto e il bagno in strada

 

 

Tre stanze in affitto e il bagno in strada

Vedevi il mare da un balcone

L’orizzonte conosciuto al limitare della sera,

il tuo volto riflesso sui vetri.

 

Avevi due mani e due occhi, un cuore solo,

un sorriso per le grandi occasioni.

E’ Domenica ! fate silenzio, è un giorno speciale

Fanno rumore solo i nostri pensieri.

 

Una sirena scandisce i nostri tempi e desideri,

il nostro universo tanto grande

da stare in una mano sola, la tua.

I panni distesi al vento, la nostra Libertà.

 

Hai visto passare la vita nei nostri occhi,

in bianco e nero come nelle poche foto sbiadite

conservate in un cassetto. Stanno li a ricordare

che la vita è passata, e l’hai lasciata andare.

 

Abbi cura di me Madre, dei miei sogni segreti

Stringi al tuo petto le mie paure, ho fatto un sogno strano

ero grande e tu tanto piccola da stare in un ricordo.

Sono sveglio.Ho due mani e due occhi, un cuore solo.

 

 

 Raffaele Attanasio

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maria attanasio
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9 febbraio 2009 1 09 /02 /febbraio /2009 16:27

 

 

 

 

 

Un altro giorno

Ancora un giorno

E la sabbia scivola lenta

Nella clessidra

Nessun stupore aprirà i tuoi occhi

Domattina

Nessuna risata ingannerà il dolore

Chissà che data metteremo sulla tua croce.

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maria attanasio
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9 febbraio 2009 1 09 /02 /febbraio /2009 12:07

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Muscolo che non posso comandare,

brocca di vetro con pesce rosso

che gira in tondo ignaro del proprio destino,

dente malato che cade all’improvviso,

buco nel mio soffitto e piove ormai da ore.

Campana stonata che segue i suoi rintocchi

senza riconoscerli mai rassegnata,

pagina letta e riletta  da un vento troppo caldo,

fiato corto dopo una corsa inutile,

stanco e solo come chi nasce per essere unico

in qualunque posto del mondo,

il mio cuore.

 

 

 

 

 

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maria attanasio
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8 febbraio 2009 7 08 /02 /febbraio /2009 18:13

Libro

 

E’ un incontro ravvicinato

tra te e il libro che volevi

già quando magicamente

lo scorgi in mezzo agli altri

e la copertina t’arriva in faccia

come un treno in corsa

e ti prende una specie

di vertigine e negli occhi

compare bagliore di possesso

d’impadronirsene

come un ladro

prima d’altro tocco

che sia intonso

ancora da sfogliare

e l’acquolina lucida

le gengive assetate

allora lo porti via

e lo metti delicatamente

in borsa

solo nel tuo rifugio

lo palpeggi

ne senti il peso

lo sfogli e poi

mettendo l’indice per

buttarlo indietro

con un atto quasi

violento lo fai tuo.

 

Tinti Baldini

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maria attanasio
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8 febbraio 2009 7 08 /02 /febbraio /2009 15:46

Ho costruito per te
una cattedrale nel mio cuore,
una cattedrale senza ceri
ma con i tuoi occhi
ad illuminarmi il cammino,
senza Santi ma con il tuo cuore
a farmi del bene,
senza voti
ma con le tue mani
per costruire le ore  di tutti i miei giorni.

Ho costruito per te
una cattedrale nel mio cuore,
senza cori ma con la tua voce
a ricordarmi ancora quanto amore
si può dare ed avere
dagli occhi dalle mani
dalla voce dal sudore dal sangue
dal petto e dal ventre,
Madre.

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maria attanasio
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8 febbraio 2009 7 08 /02 /febbraio /2009 15:34

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono nata ieri

Dopo vortici di dolore

Ancora sconosciuti ,

da ventri offesi

da cristi messi in croce,

e senza padre

sono nata seme e fiore,

sona nata senza passato

e senza futuro

albero e frutto

di un antico spavento.

 

 

Sono nata ieri

Voce e parole

Di un lontano malessere,

con il mio corpo e i miei occhi

a perdersi per il mondo,

camminando contro vento,

albero e frutto

di un antico tormento.

 

Sono nata ieri

E mentre io nascevo

Tu dov’eri…

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maria attanasio
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7 febbraio 2009 6 07 /02 /febbraio /2009 22:42
Grazie a Tinti Baldini e Cristina Bove,che mi hanno sempre sostenuta ed anche ora,in questa nuova avventura,non mi fanno sentire sola.

A Cristina e a Tinti

 

 

 

Il glicine e le rose

parole come perle

una solitudine che arriva da lontano

quando gli uomini sono già andati via

e le storie che si ripetono

nell’odore del caffè

sento perfino l’odore del tabacco

e disegno nell’aria i vostri volti

miracolo della mia speranza.

Gli addii e le assenze

la pioggia che batte sui vetri delle finestre

e poi il profumo di terra buona,

il volto un po’ scavato dalla fatica dei giorni

il corpo svelto di chi non conosce noia,

alba e tramonto nel petto a far da coro

ad una vita che vi sorprende ancora.

Voci amiche sul filo del telefono

lo so che le strade sono spesso in salita

e questa fitta al petto

la sentiamo tutte almeno una volta al giorno

per le cose non dette

e quelle già viste,grazie a voi

ora so che anche nel dolore

può esserci vita.

 

 

(eventuali riferimenti ai versi di

Cristina o Tinti sono voluti e

per questo mi scuso)

 

Maria Attanasio 6 Novembre ‘08

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maria attanasio
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7 febbraio 2009 6 07 /02 /febbraio /2009 17:13

 

 

 

 

 

Non avrò mai più così freddo, come di fronte al tuo corpo inerme sul marmo bianco, né amerò così

tanto la vita.

Forse è proprio  questo il significato della morte, questo innamorarsi del tempo che resta anche di fronte ad una perdita così grande.

Questo amore è stata la tua lezione più grande perché tu volevi che amassimo la vita perché è tutto ciò che abbiamo.

Adesso tu non hai più giorni ,non hai mesi non avrai anni.

Adesso non hai occhi da incontrare di sfuggita per strade dove non cammini più in ogni città conosciuta o soltanto sognata.

Non è tanto il freddo a gelarmi quanto questa sensazione d’aria ferma,come se ogni persona qui presente,respirasse in un modo diverso,più lento.

Ho l’impressione che i miei sensi si acuiscono ,sento tutto padre:sento i pensieri degli altri,le promesse i ricordi,sento che tutti stiamo vivendo  non soltanto la morte di un nostro congiunto

Ma anche un po’la nostra morte.

Sento la morte per la voglia disperata di vita che mi stringe la gola adesso in un rimorso doloroso per il mio egoismo.

Ma è la vita che continua  in tutti i riti così inutili ai morti ed indispensabili ai vivi.

Noi siamo quelli che devono scegliere la bara, i fiori,ed un rito qualunque ma che non offenda la sensibilità di nessuno,allora cercheremo una chiesa disposta  ad accoglierci dopo anni ed anni di indifferenza reciproca.

Non so quello che veramente ti sarebbe piaciuto, noi non abbiamo mai parlato di morte:ci incuriosiva la vita.

C’incuriosiva il passato e la storia di quelli che non avevamo conosciuto,parenti o amici dei parenti di cui sentivamo parlare nei dopo pranzo domenicali con tante famiglie che si riunivano sempre gli stessi in fondo,ma era una consuetudine che ci rassicurava,era bello da bambino credere  che non sarebbe cambiato niente,che tutti saremmo stati sempre lì,ognuno seduto al suo posto,bambini ed adulti seduti alla stessa tavola.

C’incuriosiva la nostra città che tu conoscevi così bene e mi mostravi nelle nostre passeggiate,ogni

Quartiere ogni angolo che per te aveva un valore col passare del tempo, mentre io crescevo, per, me non ha avuto segreti.

Ricordo di come hai sorriso e forse capito quello che sentivo la volta in cui ti dissi che della nostra città avevo una impressione che io stesso definivo strana:mi è sempre apparsa come una città spaventata,come se per paura non avesse mai sviluppato tutto il suo potenziale.

Eravamo curiosi di noi padre ed io tutto volevo sapere di te  del tuo lavoro ,della vita che facevi fuori dalla nostra casa,delle persone che incontravi e che difficilmente avrei conosciuto.

Tu già tutto sapevi di me perché avevi previsto i miei dubbi, la crescita veloce, le cattive compagnie,

avevi previsto la mia ribellione.

Adesso ho pena di me per il tempo che ti ho sottratto, ma c’era gente diversa da incontrare,altri mestieri da fare e città straniere dove passeggiare e pomeriggi interi a non far niente ,in silenzio come  per sentire il tempo che passa e fingere di esserne fuori.

C’è però in me uomo ogni traccia del tuo essere stato figlio alunno e cittadino e uomo e padre.

Io non so com’è morire padre, forse sarà come addormentarsi oppure come saltare un fosso.

Forse sarà come guardare in uno specchio e non riconoscersi, come chiudere un libro non ancora finito.

Forse sarà come guardare il cielo e vederne finalmente la fine e scoprire cosa c’è dietro l’orizzonte trovarlo interessante, sarà come conoscere il vero senso d’ogni cosa vissuta o soltanto sognata.

Forse morire per te è stato diventare pianto d’ogni uomo nelle mie lagrime.

Stasera sono rimasto qui a mettere ordine in quello che hai lasciato ma intorno a me sembra che ogni cosa si trasformi nel tuo tempo che si è fermato.

Mi sorprendo a chiedermi se hai paura solo dove sei adesso al buio  di quella stanza orrenda e senza pietà,  gelata.

Tu adesso non puoi sentire niente perché hai già visto e sentito tutto.

Resto qui a frugare involontariamente tra le tue cose e noto che c’è troppo ordine nel tuo disordine.

Metto via le camicie le scarpe e ritrovo le tue parole il rumore della tua risata  e penso a com’è strano questo mese che ti ha visto lentamente morire, né caldo né freddo che non è più Inverno ma non è ancora Primavera.

C’è gente intorno a me, dalle altre stanze sento le voci e immagino i discorsi, ma io non ho voglia di ascoltare le parole di circostanza di nessuno,certo ognuno ha un tuo ricordo ,l’eco di una parola buona detta da te,l’immagine di un tuo gesto gentile,io lo so ne faccio tesoro,ma non voglio sentire.

Io ho tutto di te padre perché porto in giro il tuo nome e una faccia che ti somiglierà ogni giorno di più.

Metto a posto le tue cose: i libri, i fogli le fotografie,sento nell’aria il tuo profumo,è ovunque nell’aria ,intorno a me aleggia come il dolore costante per la tua assenza.

Vedo nelle sottilissime rughe di mia madre il passato e il presente, il suo dolore così diverso dal mio, per  quello che abbiamo perso tutti, perché io credo che quando muore un uomo buono, ogni altro uomo subisce una perdita anche se sconosciuta, poiché viene a mancare un pezzetto della parte buona del mondo.

Adesso siamo qui a guardarci, a darci forza l’un l’altro,cercando di imparare in qualche modo,il coraggio che ci vuole per attraversare il dolore ed andare avanti.

Continueremo a vivere ogni freddo aspettando il caldo,ogni piccolo dolore come in attesa di uno più grande,a  credere in qualcosa senza arrenderci mai.

Sono passato nei tuoi occhi ed ho visto ciò che tu volevi che io vedessi,sono cresciuto di colpo attraversando il tuo sgomento di fronte alla malattia,alimentando forse ingenuamente la tua speranza.

Sono passato come un treno nella tua disgrazia per continuare a vivere perché sono il fiore nato dal tuo seme in un giardino di gramigna e amore.

Sono il passaggio concreto della tua vita alla vita del mondo, sono la moneta che paghi alla sorte come se ci fosse stato uno scambio tra la tua morte presunta e la mia vita vera.

 

 

 

 

 

 

 

         Maria Attanasio      ottobre  2003

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