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16 giugno 2010 3 16 /06 /giugno /2010 21:45

Nota dell’autore

 

In “Appena finirà di piovere”, come in tutto ciò che scrivo ed ho l’ingenua pretesa di chiamare poesia, i miei versi nascono da momenti particolari - molto particolari - all’interno dei quali mi sento potenzialmente, solo potenzialmente, capace di fermare attimi talmente irrinunciabili da richiedere, appunto, d’essere perentoriamente registrati. Solo per me? Essendo privo della qualificata preparazione del cosiddetto letterato, mi trovo puntualmente coinvolto nel moto perpetuo di due altalenanti necessità:

 

- da una parte, avverto forte il bisogno di adagiare parole che siano le più vicine possibile all’immagine dell’istante che sto lì per lì per raccontare: una sorta di alfabetizzazione del respiro;

 

- dall’altra, registro regolarmente la mia scarsa meticolosità nel rendere il verso apprezzabile. Lo apro, lo stendo e poi lo chiudo con la primissima voce dell’io narrante, senza la pretesa di doverlo tornire a tutti i costi.

 

Alla fine, il pezzo che vado così a comporre risulta l’unico in grado, in quell’angolo d’anima mia, di rappresentarmi ed io ne godo a tal punto da trascurarne gli effetti estetici su chi poi avesse la bontà di leggerlo. Ne godo, è vero, ma solo e soltanto per l’antica abitudine che ho di darmi agli altri.

 

La poesia, mi hanno insegnato, è una delicatissima arte da non disperdere nei nostri egoismi. E’ vero. Aspira ad essere universale solo se siamo capaci in misura anche elementare di rendere gli altri partecipi - quasi testimoni - delle nostre emozioni e di sprigionare in tal modo gli animi al confronto, al gioco dell’eterna caccia ai valori comuni.

Dovendo sintetizzare una delle fasi più intime del mio sentire, posso concludere affermando che l’incantesimo di certe speciali condizioni di scrittura, quelle nelle quali mi ricordo di essere  persona tra le persone e persona tra le cose, io lo vivo quasi sempre in un dormiveglia costante. E’ l’ora fatidica, l’ora in cui preferisco non svegliarmi del tutto e non addormentarmi del tutto. Ciò mi consente di diluire in maniera felpata gli impulsi dell’oggi in quelli di ieri (la realtà e la nostalgia mai in combutta tra loro). Mi fa accedere al futuro, ad uno spazio ambìto cui vado incontro in una specie di preparazione al bello, alla buona analisi, al nuovo che verrà e al vecchio che mai butto in un burrone.

Forse é inquietante, certo è suggestivo, mi sono inventato la razionalizzazione di un sentire, il mio, che arriva puntuale, nuovo muscolo tra i muscoli, per fare in modo che, carne, non evapori e sia parte integrante del corpo che lo contiene. Rischio che possa accadere, un giorno, di non sognare più? No!

Appena finirà di piovere, ci riproverò

 

Aurelio Zucchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria Attanasio di Napoli
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